6.6.09

Oscuri 1

L’estate finalmente arrivò e con essa una tregua al tempo inclemente. Le tempeste magnetiche si allontanarono verso sud e gli abitanti dell’altopiano si prepararono a rimettere mano alla miniera. Ogni anno era così, l’inverno a cercare di limitare i danni delle tempeste, l’estate a scavare.

La miniera era enorme, la esploravano da generazioni eppure non ne avevano sfruttato che una minima parte. Come sempre, avevano iniziato dai motori, la parte più in superficie e meno deformata dall’impatto, scavando in lungo e largo e cercando tutto ciò che si poteva recuperare. Metallo, vetro, suppellettili ma soprattutto i filtri. L’acqua era malata e gli uomini avevano assolutamente bisogno dei filtri per purificarla. Purtroppo nessuno sapeva più costruirli e così per ogni miniera c’era una squadra addetta al loro recupero. Di solito si trattava dei minatori più esperti ma ancora abbastanza giovani da sapersi muovere con agilità. Era un lavoro rischioso, svolto in zone non ancora messe in sicurezza o non esplorate.

Quell’estate sarebbe toccato a Joshua far parte della squadra. Il padre si era fermamente opposto ma il ragazzo aveva insistito tanto che alla fine l’aveva spuntata. Joshua non poteva dirsi uno dei minatori più esperti ma in tre anni di lavoro si era comportato sempre bene. Sembrava nato per scalare, strisciare nei cunicoli e penzolare sospeso ad altezze vertiginose nei canali di scarico.

La cerimonia di apertura dei lavori si svolse in una bella mattinata. Le nuvole correvano veloci nel cielo e i fulmini rimbalzavano da una massa nuvolosa all’altra. L’aria era fresca, carica di elettricità. Joshua era eccitatissimo.

La cerimonia era in realtà composta da un semplice discorso del capo del villaggio in cui si ricordava l’Antica Faida, le persone che vi erano morte e si ringraziavano i piloti che erano sepolti a decine di chilometri di profondità nel muso della nave interstellare che formava i Monti di Ferro. Il loro sacrificio aveva permesso a un gruppo di pochi uomini di salvarsi dalla catastrofe. Ora, come piccoli insetti parassiti, i discendenti di quegli uomini ancora vivevano grazie a ciò che l’antica nave madre restituiva. Lo splendore di quell’arca che avrebbe dovuto salvare il genere umano giaceva sotto montagne di macerie ma la sua utilità non era diminuita.

Joshua ascoltò distrattamente l’intero discorso. Si riscosse e divenne attento solo quando il capo villaggio cominciò ad assegnare gli incarichi per quell’estate. Era un anno in cui molti giovani minatori iniziavano il loro compito e in cui molti degli esperti lasciavano il servizio. Avrebbero lavorato nei campi o si sarebbero messi a insegnare ai pivellini come uscire dalla miniera tutti interi. La squadra che cambiava di meno era quella dei sacerdoti. Non lavoravano alla miniera a tempo pieno, servivano solo quando, esplorando nuove parti dell’immensa struttura, si scoprivano nuove camere di stasi o i resti di qualcuno morto per l’impatto centinaia di anni fa. Anche lì però c’era una novità. Una ragazza aveva preso il velo e aveva iniziato l’apprendistato come sacerdotessa. Era importante per chi doveva affrontare gli spiriti di una terra martoriata confrontarsi con l’orrore che li aveva generati.

Come tutti i sopravvissuti alla catastrofe a volte Joshua sentiva il peso indebito di una colpa che i suoi antenati si erano addossati. La gente ancora viveva con la paura e la superstizione per ciò che era accaduto secoli prima e per cui non poteva fare più niente, se non continuare a espiare. A volte i sacerdoti parlavano di redenzione e perdono ma la maggior parte delle volte erano costretti a usare le loro conoscenze per cercare di placare forze che erano ben al di là del loro controllo.

Joshua distolse rapidamente lo sguardo dalla ragazza velata. La conosceva e pensava anche che fosse molto carina, ma adesso con quel velo, gli amuleti e l’aria austera lo metteva a disagio.

Si chiamava Rachele, se non ricordava male.

Poi finalmente arrivò il suo turno. Venne aggregato alla squadra per i filtri e tutti i suoi amici esplosero in un boato d’incoraggiamento. Gli altri compagni di squadra, di poco più grandi di lui, lo accolsero con grandi pacche sulle spalle. Vide Gherard che lo scrutava preoccupato, ma poi la linea sottile delle labbra si piegò in un sorriso e il padre gli fece un cenno di buona fortuna. Joshua arrossì e i suoi lo presero in giro. Ormai non era più un bambino ma l’approvazione di suo padre era ancora importante. O meglio, lo era adesso, a cose fatte. Aveva litigato con lui furiosamente intere settimane per ottenere il permesso di far parte della squadra. A volte Gherard nella testardaggine un po’ timida di suo figlio rivedeva la madre, scomparsa tempo addietro durante una tempesta. Era stata proprio la forza di carattere di quella donna straniera a fargli perdere la testa e adesso che la vedeva nascere e crescere così prepotente nel figlio ne era affascinato e preoccupato.

E anche maledettamente fiero.

Assegnati gli incarichi la cerimonia fu praticamente conclusa. Gli anziani tra i sacerdoti si avvicinarono al portello e dopo aver ringraziato gli spiriti lo aprirono. Joshua era in prima linea e fu investito in pieno dalla zaffata d’aria umida che proveniva dall’interno della nave.

Respirò a pieni polmoni e si infilò nel suo ventre scuro.

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