16.8.10

La Scusa (e sei)

QUA la prima parte.
QUA la seconda.
QUA la terza.
QUA la quarta.
QUA la quinta.
Sotto la sesta.
Buona lettura.



[...]

Paolo Lisca era un ragazzo di venticinque anni. Sedeva sulla sedia leggermente scomposto, portava gli occhiali da sole e ogni tanto si passava la mano tra i capelli per togliersi i ciuffi più lunghi davanti al viso.
Masticava della gomma americana con un atteggiamento da duro che andava di moda dieci anni fa. Armetrino, in piedi, lo squadrava mentre Augusto Piccoli parlava con voce monotona.

“...e questo è quanto, signor Lisca. Il suo unico obbligo sarà quello di portare sempre con sé questo telefono cellulare. Se dovesse trovarsi in difficoltà, una qualunque difficoltà, non dovrà fare nient'altro che chiamarci e avrà a sua completa disposizione il nostro sistema di supporto che le verrà in aiuto. Ovviamente, in questa prima fase, è del tutto gratuito. Il periodo di test è di tre mesi e il suo compenso sarà di novemila euro lordi, che le verranno accreditati a condizione che resti con noi fino alla fine dei suddetti tre mesi”.
Armetrino digrignò i denti. Altri soldi del budget che se ne andavano.
Fa che funzioni, altrimenti giuro su Dio che ti gonfio di botte... pensò il Consulente spostando lo sguardo su Augusto Piccoli, che ignaro continuò.
“Le è tutto chiaro, signor Lisca?”

Paolo si sporse leggermente avanti, masticava con le gambe divaricate e una mano in tasca. Con l'altra raggiunse il cellulare che Augusto gli aveva posato davanti e lo guardò come se fosse uno strano scarafaggio post-apocalittico.
“Posso farci le telefonate con questo?”
“Mi duole, ma l'abbonamento di quel telefono prevede che lei lo utilizzi solo per chiamare il nostro call-center” rispose Augusto.
Lisca riappoggiò il cellulare sul tavolo di cristallo.
“E se io mi porto quel coso in tasca senza far niente per tre mesi voi mi date novemila cuccuzze?”
Armetrino storse la bocca. Avrebbe voluto un contratto più stringente, qualcosa che avesse costretto il Lisca ad utilizzare il servizio su base giornaliera ma Augusto si era fermamente opposto. Aveva detto che se avessero costretto la cavia a utilizzare il servizio solo per i soldi non avrebbero ottenuto nessun feedback utilizzabile per la loro ricerca.
“Esattamente” rispose Piccoli “e siamo sicuri che troverà il nostro servizio decisamente migliore rispetto all'ultima volta che ha avuto la possibilità di provarlo”.

Armetrino strinse il pugno con tanta forza da farsi sbiancare le nocche. Avrebbe spaccato il naso al Piccoli ben volentieri ma si trattenne. Quel sottile disprezzo nelle parole “ultima volta” era tutto per lui. “L'ultima volta” c'erano telecamere, servizi sociali, medici a disposizione 24 ore su 24. “L'ultima volta” alle cavie venivano offerti pasti macrobiotici, erano seguiti psicologicamente e dovevano portare sulla loro persona un rilevatore GPS per ogni evenienza. “L'ultima volta” era stata un completo fallimento, tanto che il dott. Armetrino era dovuto tornare strisciando da Augusto dopo aver tentato di fregargli l'idea de “La Scusa”. Da allora Piccoli aveva preso in gestione la baracca. Aveva mandato a casa il personale ospedaliero, spedito in magazzino i rilevatori GPS e licenziato i cuochi. E aveva richiamato Paolo Lisca per fare da cavia nel nuovo sistema assicurativo globale che stavano sperimentando.
Paolo si alzò. Prese il cellulare e lo fece scivolare distrattamente nella tasca del giubbotto di pelle. Poi sorridendo disse: “Dov'è che devo firmare?”

Il primo mese fu un completo fallimento.
Armetrino aveva deciso di non staccarsi mai dal Piccoli. Il Consulente non si fidava di Augusto e voleva assolutamente trovare un modo per farlo fuori nuovamente dal progetto. Non aveva rischiato tutto quello che aveva costruito in questi lunghi anni all'interno dell'azienda per regalare tutto al primo coglione che passava di là dicendo di avere un'idea geniale.
Il Consulente ormai diffidava di tutto e di tutti. Aveva i nervi a pezzi e dubitando anche di Paolo Lisca, gli aveva messo alle calcagna un paio di investigatori privati. Dovevano solo pedinarlo senza farsi vedere e riportare i movimenti della cavia. E soprattutto dovevano avvertirlo se quel piccolo bastardo arrogante usava o meno il telefono cellulare.
In quei primi trenta giorni, Paolo Lisca non lo tirò fuori dalla tasca della giacca neanche una volta.
Le giornate passavano monotone. Ogni mattina il Consulente si presentava a casa del Piccoli, che gli offriva in bicchier d'acqua e nient'altro. Augusto poi sprofondava in una poltrona dallo schienale alto, con un libro in mano, e passava la giornata così. Il Consulente usciva per pranzo, visto che il Piccoli sembrava non mangiare durante il giorno, e rientrava per le due e mezza, tre al massimo. Ritrovava Augusto sempre sulla stessa poltrona. Sempre a leggere.
Il cellulare, il gemello del telefono consegnato a Paolo Lisca, era posato sul basso tavolino affianco alla poltrona e coperto da un leggero strato di polvere.
I rapporti degli investigatori privati gettavano Armetrino sempre più nello sconforto. Lisca, forte di tremila euro al mese guadagnati solo portandosi un cellulare in tasca, si era lasciato andare. Aveva mollato il lavoro da cameriere e tirava tardi tutte le sere. I rapporti lo descrivevano sereno e ubriaco la maggior parte del tempo.
Il Consulente provò a prendere l'argomento con Augusto. In fondo era stato lui a volere il Lisca come cavia. Se aveva scelto quel coglione un motivo ci sarà pure stato.
Ma Augusto chiuse la conversazione con un lapidario: “è ancora presto per dei risultati”.
Ancora presto un cazzo pensò il Consulente. Il primo mese era passato in fretta... hai deciso di rovinarmi del tutto, schifoso?


Passò anche il secondo mese.


All'inizio del terzo, Armetrino cominciò a progettare un piano alternativo, qualcosa che assomigliasse vagamente ad un'assicurazione per se stesso. Seduto al tavolo da pranzo del Piccoli, fantasticava su come frodare l'assicurazione, o magari su come far sparire il dieci per cento del budget de “La Scusa” in un conto in Svizzera mentre lui se ne volava in Brasile...

Il cellulare squillò.

Dapprima Armetrino si chiese cosa fosse quella musica. Poi sentì il rumore della vibrazione sul piano del tavolino affianco alla poltrona del Piccoli. Ma anche così ci mise un po' per realizzare cosa stava succedendo. Augusto invece non si scompose. Al terzo squillo allungò il braccio, prese il telefono, rispose, se lo portò all'orecchio e disse: “Buon pomeriggio signor Lisca. In cosa posso aiutarla?”
Armetrino non credeva ai proprio occhi. Aveva telefonato! Aveva davvero telefonato! Il Consulente si portò una mano alla bocca. Era emozionato, sull'orlo delle lacrime.
“Sì... sì certo.... assolutamente, è stato chiaro... bene... sì, capisco... bene, il nostro team di psicologhi analizzerà il suo dilemma e a breve riceverà la sua risposta, signor Lisca... oh no, non si preoccupi. Siamo qui per lei.... Buona serata e a prestissimo”.
Augusto chiuse la telefonata e riappoggiò il cellulare sul tavolino. Aprì nuovamente il libro e ricominciò a leggere.

Il Consulente respirò a fondo per un minuto o due, poi deglutì e chiese: “Chi... chi era?”
Augusto rispose con una voce monotona senza alzare gli occhi del libro: “Era Paolo Lisca”.
“E... e che voleva?”
“Un aiuto”.
Il Consulente cercò di mandare avanti quella conversazione.
“E quindi...?”
Augusto chiuse nuovamente il libro, leggermente piccato. Sembrava infastidito dalla petulanza di Armetrino. Prese di nuovo il cellulare. Scrisse un breve SMS e lo inviò.
“E quindi noi glielo abbiamo appena mandato” disse stizzito. 
Ruotò il cellulare verso Armetrino che lesse così l'ultimo messaggio inviato
"La preghiamo di non fare nulla".

[...]

2 commenti:

  1. Bella la nuova grafica e sempre più avvincente il racconto: quante parti mancano? In quanto le scriverai? Voglio sapere come va a finire il prima possibile!!!

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  2. Mancano solo due-tre parti (dipende dalla divisione per il blog) e il racconto è concluso. Per il quando, ci sto lavorando. Giuro! :)

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