23.9.13

Scappa! / cap. III

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- III -


"Guardi, sono bloccata con la macchina... no... no, non parte proprio. Sì, ho provato... cosa? No, non so proprio di cosa sta parlando... quanto?!? Tre ore?!? Ma com’è possibi... Ah, ok... Sì, sì... ho capito.... Sì... sì, aspetto vicino al veicolo... sì, grazie."
La ragazza abbassa il telefono. Bruttistronzitreoresottolapioggia...
Respira piano cercando di calmarsi. Sente freddo, trema leggermente e l’acqua sulla pelle nuda la fa starnutire.
Si volta, siede sulla scrivania e si guarda riflessa in uno specchio dalla pesante cornice d’ottone che sovrasta la console ottocentesca. La gonna le si è sollevata, le autoreggenti le segnano la coscia e la pelle bianca tra le gambe risalta nella penombra. Il trucco leggermente sfatto e i capelli bagnati evidenziano il viso e gli occhi.
Sembro una modella pensa e starnutisce. O una troia e starnutisce di nuovo.
Lo specchio monumentale non è l’unica antichità della stanza. Tutta la casa, avvolta dalla penombra, è ingombra di mobili polverosi che ne occupano l’oscurità con forme ambigue.
L’appartamento si sviluppa in profondità, forse ricavato da vari acquisti uniti poi nel corso del tempo. La ragazza si guarda intorno e annusa l’aria stantia. La casa sembra disabitata, piena di porte che danno su corridoi che danno su stanze che danno su altri corridoi con altre stanze.
Per trovare il telefono si è persa un paio di volte. Si avvicina e osserva le porcellane di Capodimonte che affollano la libreria di mogano scuro. Facce eburnee e pose borboniche per fanciulle discinte e divinità pagane. La polvere trucca di scuro gli occhi dipinti e ragnatele sottolineano i gesti composti.
La ragazza starnutisce di nuovo.
Meglio tornare di là.
Chiude la porta della stanza alle sue spalle e la fioca luce di un televisore guida i suoi passi.
La TV a schermo piatto troneggia su un cassettone con fregi dorati al centro del grande salone. Una playstation con i suoi joypad è gettata in un angolo. La stampella è poggiata a terra. Il ragazzo è seduto su un grande divano di stoffa. Ha le gambe rannicchiate sotto una coperta rossa e le sorride.
"Trovato il telefono?" chiede.
E quanto cazzo sei bello pensa lei ma risponde: "Sì, grazie. Ci ho messo un po’. Casa tua è decisamente grande."
"Di mia nonna."
"Eh?"
"La casa, è di mia nonna."
"Ah..." e si guarda intorno.
"È morta, tranquilla" sorride lui.
Lei resta in silenzio. Il suo ospite la mette a disagio e l’affascina in ugual misura. Il grande salone con angolo cottura, più una vera e propria cucina in muratura che un angolo solo, sembra l’unica parte della casa regolarmente abitata.
"Mi dispiace" dice lei.
"Per cosa?" chiede il ragazzo guardando un vecchio film muto.
"Per tua nonna."
"Grazie, ma non l’ho mai conosciuta. L’unica cosa che ho di lei sono alcune foto di là. E la casa, ovviamente."
La ragazza starnutisce di nuovo. Stavolta piano però, come se avesse paura di disturbare.
Lui continua a guardare il film. Sullo schermo ci sono persone che si agitano ma le loro ombre si muovono in ritardo. È buffo e spaventoso allo stesso tempo. Il ragazzo non sembra voler proseguire la conversazione, ma lei ha decisamente bisogno di un bagno per asciugarsi e darsi una sistemata.
"Mi chiamo Michela."
"Piacere" risponde lui.
La ragazza starnutisce, forte stavolta.
Lui la guarda: "Cazzo, perdonami. Se ti serve qualche asciugamano, serviti pure. Nel bagno ce ne sono di puliti. Ti accompagnerei io ma..." indica il mucchio informe delle gambe sotto la coperta.
Lo dice in un modo così semplice e così premuroso che spiazza la ragazza. Michela lo guarda, imbambolata dal suo sorriso. Poi starnutisce di nuovo e dice: "Oddio, sì, grazie! Scusami, eh?
"Fa' come fossi a casa tua, davvero. Il bagno è di là" le indica il corridoio in direzione opposta rispetto alla stanza del telefono.
"Secondo corridoio a sinistra, prima porta a destra. Non puoi sbagliare."
Michela si allontana mentre il suo ospite riprende a guardare il film. Lei raggiunge il corridoio e si ferma un attimo a spiare il padrone di casa. La fronte alta, la barba leggermente incolta, il profilo dritto del naso, gli occhi grandi e grigi, così freddi e così dolci... e poi l’attaccatura del collo alla nuca, la camicia leggermente aperta a mostrare l’inizio della spalla con il muscolo ben in evidenza e la fossetta della clavicola...
Dio, potrei passarci le ore con la testa affondata lì, proprio lì e starnutisce.
Il ragazzo si gira di scatto mentre Michela si nasconde dietro l’angolo, col cuore che le batte all’impazzata.
Deficiente dice a se stessa mentre cerca il secondo corridoio a sinistra e la prima porta a destra.

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