4.11.13

Scappa! / cap. IX

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- IX -



La casa di Clara è un angolo. Michela si é seduta dove le è stato indicato, su di un vecchio cuscino buttato a terra, ma continua a lanciare un'occhiata alle sue spalle di tanto in tanto. L'immensa stanza nera resta silenziosa e deserta e la ragazza si gira verso la sua ospite. Ha accettato l'ospitalità di Clara ma segue con attenzione i preparativi del tè. Non si fida ma sta morendo di sete. Da quant'è che non beve? O non mangia? Così osserva i gesti rapidi e frivoli della sua ospite.
L'acqua viene fatta bollire, l'infuso è preparato in una teiera di fine porcellana e Clara ne versa due tazze. Beve prima lei e offre a Michela dei cracker. La fame e la sete hanno il sopravvento e Michela mangia anche le briciole e beve e chiede una seconda tazza. Clara è molto contenta. Poi si rivolge a una bambola appoggiata per terra lì vicino ed educatamente le chiede se vuole anche lei un po' di tè. E poi lo domanda a un orsetto e a un coniglio di peluche senza un occhio di bottone.
Stiamo giocando con le bambole a prendere il tè... pensa Michela. E stranamente non è spaventata. Clara è innocua. E un po' stupida.
Almeno credo...
E poi quella ragazza le serve, quindi beve ancora e posa la tazza sul piattino e chiede: "Tu vivi qui?"
Clara è stranamente sorpresa dalla domanda.
"In che senso?"
"Bè, il letto. Il fuoco... Le... Le bambole..." dice Michela indicando le cose. Clara osserva la sua ospite, segue i suoi gesti e poi torna a guardarla con un'espressione bovina.
"Io abito in via Verdi. Vicino alla metro."
Michela osserva l'abito strappato, i denti gialli, le unghie spezzate. E poi guarda il letto sfatto, le briciole a terra, la polvere smossa sul pavimento da mille passi e chiede: "Sei... Sicura?"
"Di cosa?"
"Di stare bene?"
"Certo! Che c'è che non va?"
Michela è tesa. Credeva davvero che quella ragazza potesse aiutarla a tornare a casa. Adesso non ne è poi così certa.
"E come ci arrivi a via Verdi?" chiede e la voce le trema.
"Dall'università prendo l'86. Oppure a piedi. Sarà un quarto d'ora."
"E da qui? Da questa casa, come ci arrivi?"
"Non ci devo mica arrivare. Manca ancora un po' agli esami. Sai, economia politica ho deciso di farlo subito che mi dicevano che era tosto e io ho fatto il classico e non sono passati manco sei mesi dalla maturità e già non mi ricordo più niente di matematica."
Sorride e continua a ciarlare. Michela le osserva la faccia sporca, i capelli bianchi che striano di grigio il cespuglio mai spazzolato che ha in testa.
Ma quanti anni ha? Trentacinque? Trentotto? e glielo chiede.
"Ne ho ventidue. Ma di solito me ne danno diciannove."
Sorride e Michela si accorge che le manca un dente.
"Ma quando inizieranno gli esami... tu sai uscire da...da qua?"
Clara, sguardo bovino. Poi ride.
"Ma certo. Te lo faccio vedere. Domani però. Stasera ci facciamo le chiacchiere tra donne, eh?"
Michela, sorriso stretto, fa cenno di sì con la testa. È una speranza. Mai fidarsi, ma perfino una speranza così è pur sempre meglio che vagare in tutto quel nero che la circonda.
Michela non sa come proseguire la conversazione. Clara a tratti sembra spegnersi, resta fissa con un'espressione inebetita sul viso. Il silenzio cala sulle due mentre l'aria preme sul timpano. È un rumore costante di fondo, il sangue che pulsa in testa. Clara riprende a bere il tè, sguardo fisso nel vuoto.
"Ma cos'è questo posto?" chiede Michela, cercando di spezzare l'oppressione del silenzio.
"È una casa... O meglio, è casa sua."
"Del ragazzo?"
"Certo, non te l'ha detto?"
"Sì, ma è tutto confuso..."
"Eh, fico com'è, ti sconfonde proprio la testa" chioccia Clara "e pensa che la prima volta che mi ha mandato una foto via mail non ci volevo credere. Cioè, lo so, mi vedo come sono. Schifo non faccio ma non ho tette e c'ho il culo grosso. Però lo conoscevo da un po'. Sai, una di quelle cose nate via chat. Le mie coinquiline non capivano perché passavo tutto quel tempo davanti a internet. Pensavano studiassi... Comunque, ci sentivamo. Io... Io non sono mai stata una, come dire... di successo. Anzi. Cioè, un paio di ragazzi mi erano anche venuti dietro. Uno era pure carino. Gli ho dato il mio primo bacio. Mi ha messo una mano in mezzo alle gambe. Portavo i jeans. Non ho capito subito che voleva fare. Poi ha stretto la presa e mi ha infilato la lingua in bocca. Mi sono scansata e me ne sono andata. Stavamo su una panchina, in un giardino pubblico. Sono scappata via. Ho pianto nell'androne del palazzo prima di salire a casa. C'erano i miei, per fortuna guardavano la TV. Mi hanno salutato distratti. Sono schizzata in camera mia. Non ti dico che altri pianti dentro al cuscino per non farmi sentire. Lì per lì non l'ho capito subito, ma avevo sbagliato tutto.
Sai, le volte di notte che stavo da sola perché tutte le mie amiche erano uscite con i fidanzati e io non avevo nessuno e non mi andava di stare tutta la sera buttata in un angolo mentre gli altri pomiciavano... Ecco, sai quelle notti lì, sai che facevo?
Detto tra ragazze, sognavo.
Sognavo che non stavo da sola. Sognavo che gliel'avevo data su quella panchina..."

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