25.11.13

Scappa! / cap. XII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

_____________________________________________


- XII -



Gli occhi di Clara brillano nella penombra. Michela la guarda e si commuove un po'. Non pensava che il terrore di quelle ultime ore si potesse sciogliere così.
Poi un dettaglio le si pianta in testa.
Zoppicava...
Michela si alza di scatto e afferra Clara per le spalle. La tazza col tè cade in terra e va in mille pezzi.
"Zoppicava? Zoppicava davvero?! Sei uscita con LUI!?!"
"È bello, vero?"
"Clara, quel coso è una specie di... di mostro! Che è successo? Ti ha violentata? Come sei finita qua dentro a ..."
Michela fa un passo indietro e guarda la ragazza inorridita, poi con un gesto indica il misero accampamento e sussurra: "Tu vivi qui adesso... vivi con lui..."
Clara la guarda, con il solito sguardo bovino. Poi esplode in una risata che riecheggia nell'aria e rotola sulle assi nere del pavimento, perdendosi nell'oscurità malamente rischiarata.
"E come potrei vivere con lui? Lui è una specie di... di... Vedi, lui è a metà tra un incubo e un dio..."
Michela si mette di nuovo seduta. Guarda Clara e furtivamente controlla che non ci sia nessun altro. Lascia vagare lo sguardo nella penombra ma non c'è alcun movimento. O almeno così le sembra. Si rivolge di nuovo alla sua compagna.
"Tu sai uscire da qui? Sai uscire per davvero?" dice Michela sottolineando le due ultime parole.
Clara la rassicura: "Certamente. Ma c'è tanta strada da fare."
"Già..." sussurra Michela. Vorrebbe scappare... ma dove? Ormai non ho altra scelta. Allucinazione indotta dalla droga, brutto sogno, qualunque cosa sia quella che sta vivendo, non riesce a svegliarsi. E così si aggrappa all'unica speranza che le resta.
Devo raggiungere la macchina...
L'auto non si può muovere ma è fuori. L'auto è reale. È in una strada reale da cui si può scappare, correre il più lontano possibile da lì. Deve riuscire a raggiungere l'auto. E quella ragazza è la sua unica speranza.
Quel mostro l'ha corteggiata e lei è finita qua, prigioniera. Io col cazzo che faccio la sua fine...
"Clara..."
La ragazza, con uno scatto, si riprende dallo stato catatonico in cui è caduta, persa nei suoi ricordi.
"Clara... cos'è successo dopo?"
"Siamo usciti. Era bello. Te l'ho già detto che era bello? Tutte quelle ore passate china sul tavolo della cucina a studiare. Tutti quei libri letti perché non avevo niente da fare. Tutte quelle ore passate in silenzio perché non avevo nessuno con cui parlare... bè, non c'erano più. Lui le aveva soffiate via dalla mia vita come si fa con la polvere.
PPFFF!!!
Via!
Io... a volte vorrei poter ricordare di più. Quei giorni sono... confusi. Siamo usciti. Lui mi ha detto che era caduto dal motorino e per questo doveva usare le stampelle. Si prendeva in giro da solo e arrossiva... Io ero persa. Abbiamo passeggiato per un poco. Poi seduti in un bar per la maggior parte del tempo. Sì... un bar.
E anche una panchina. Sotto un albero. Mi ricordo che faceva freddo ma non mi importava. Ero così felice. Ma la sai la cosa più stupida? Quella che mi ha fatto piangere di felicità? La sera. A letto. Ero a letto dopo quella splendida giornata passata a chiacchierare e a ridere e mi suona il cellulare. Mi devo alzare perché a quell'ora non mi cercava mai a nessuno e lo lasciavo spesso in giro. Ce l'avevo nella borsa. Mi ricordo che ho pensato che fosse qualche pubblicità ma che per fortuna aveva suonato così lo potevo mettere in carica che me l'ero scordato. Sono scesa dal letto. I piedi sul pavimento freddo. Ho saltellato, rabbrividendo ad ogni passo. Ho cercato il cellulare. Come al solito, si era infilato in una tasca laterale e ho dovuto svuotare tutta la borsa per trovarlo. Alla fine lo prendo. Lo schermo si illumina e allora leggo il messaggio.
Era lui.
Nessuna pubblicità.
Solo lui.
Mi scriveva che era stato bene oggi e mi augurava la buonanotte. E io ho cominciato a piangere. Piano piano. Tutti quegli anni da sola che si scioglievano sotto la luce di quel piccolo schermo. Sotto quelle poche parole. Sotto quella piccola carezza virtuale. Mi sono avvolta nelle coperte continuando a fissare lo schermo che brillava nell'oscurità della stanza. Ho letto e riletto quel messaggio come una preghiera fino da addormentarmi.
La mattina dopo mi sono svegliata di soprassalto e mi sono subito resa conto che avevo fatto una stupidaggine. Non gli avevo neanche risposto. Che imbranata! Ho scritto un messaggio di buongiorno chiedendogli scusa ma non avevo sentito il cellulare la sera prima. Gli chiedevo che cosa facesse durante la giornata. Gli mandavo uno smile col bacio.
Una bugia e un bacio, questo era il meglio che sapevo fare.
Mi ha risposto dopo un po', mentre mi lavavo i denti di corsa che ero in ritardo per andare a lezione.
Mi diceva che non c'era problema per la buonanotte e che purtroppo era bloccato a casa con la gamba dolorante. Mi chiedeva scusa se era così un catorcio questo periodo e mi confessava che però gli andava moltissimo di rivedermi.
E mi invitava a casa sua."
Clara tace. Michela si è portata una mano alla bocca, istintivamente. Quando la ragazza ricomincia a parlare, la sua voce è un sussurro: "E sai? Io ho pensato che forse dovevo pensare ai preservativi. Ti giuro! Ho pensato che forse avrei fatto per la prima volta l'amore! Ed ero proprio felice che fosse lui. E speravo non facesse male e forse era meglio aspettare che non ci eravamo ancora baciati e insomma, tutte quelle cose da donna lì. Ma non ero preoccupata. Oddio, un po' sì. Ma ero felice di avere certi problemi. Erano normali. Una ragazza certi problemi ce li deve avere, finalmente erano problemi da donna.
Ero proprio una stupida... Mica ho pensato a... a..." la voce le si strozza in gola e indica se stessa. Non la casa, non i mobili ammucchiati nel rifugio, non le bambole e il servizio da tè. Con un gesto semplice, sottolinea la sua figura emaciata, pallida, scarmigliata.
"Non ho pensato che mi avrebbe strappato il cuore."

2 commenti: