9.12.13

Scappa! / cap. XIV

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XIV -



Michela comincia a correre. Sente Clara che le urla di fermarsi ma non si volta neanche. Non sa dove andare, non ha punti di riferimento. Vuole solo allontanarsi il più possibile da quel... Quel mostro!
La figura emaciata e vestita di stracci spunta da dietro un mucchio di mobili all'improvviso. Cerca di intercettare la corsa della ragazza ma Michela strilla e le dà una spinta. La figura si piega come un lenzuolo là dove dovrebbe esserci il busto. Le braccia sono due pezzi di scopa legati alla meno peggio alla testa e il cranio è disarticolato rispetto alle gambe. La figura manca totalmente del petto e degli arti superiori. Rotea su se stessa, inciampa nel lenzuolo che la riveste e crolla a terra.
Michela corre a più non posso, i muscoli delle belle gambe che le bruciano, i polmoni in fiamme. Vorrebbe piangere e urlare ma non ha abbastanza fiato e quindi continua a lanciarsi in avanti. Un dolore acuto alla coscia la costringe a fermarsi. Zoppica. Si volta. È sola. Gira su se stessa, facendo attenzione a non poggiare il peso sulla gamba offesa.
Mi sono solo strappata un muscolo. Basta fare attenzione. Solo strappata. Se cammino piano va tutto bene...
Le sue orme sul pavimento polveroso sono chiaramente visibili ma né Clara né la figura spezzata sembrano essere sulle sue tracce. Michela continua a camminare e poi realizza che ha corso sempre in linea retta... ma è partita da un angolo della gigantesca stanza. Se cammino verso sinistra prima o poi dovrei riavvicinarmi al muro... pensa, e così fa. Cammina zoppicando, si volta di tanto in tanto e tenta di non lasciare nessuna impronta nella polvere. Cerca di penetrare l'oscurità indistinta di fronte a lei. Ritrova il muro. Stranamente, il contatto con la parete rugosa la tranquillizza. La sua mente sconvolta si aggrappa a quel dettaglio di realtà in quell'incubo che è diventato la sua vita. Non stacca la mano dalla parete. Continua a camminare, la gamba che fa male, la vista offuscata, la paura che torna a tratti e allora getta un'occhiata dietro di sé ma nessuno la segue. Ha una stretta allo stomaco. Avanza più per non scoppiare in un pianto isterico che per la speranza di trovare una via di fuga, quando la sua mano si chiude su un pomello.
Si blocca, lì per lì non è sicura di quello che ha afferrato. Si volta e lo osserva. È il pomello di una porta. Di quelli a sfera, d'ottone. Si scopre a stringerlo convulsamente, la mano che leggermente trema, le nocche sbiancate.
Si guarda intorno, preoccupata. Non c'è nessuno. Prova a girare di poco il polso. Una torsione minima, come se non potesse sopportare la delusione di scoprire che si tratta di un inganno, che è sigillata dentro quell'immenso ventre di balena per sempre.
Il pomello gira. Si sente uno scatto, la serratura si apre. Michela è in affanno, il fiato corto. La porta, nera come la parete tanto da mimetizzarsi, si socchiude un poco e si blocca.
Michela sta per scoppiare a piangere. Con un urlo selvaggio strattona la porta. Una, due volte. Alla terza l'anta cede di poco. Michela si incastra nello spiraglio e cerca di sgusciare dall'altra parte. La maniglia le preme sulla pancia, lo stipite le graffia la schiena.
"Aspetta!" urla la voce di Clara. Michela volta la testa, vede la ragazza e la figura vestita di stracci che corrono scomposte nella sua direzione. Sudore freddo le ghiaccia la schiena. Con uno strattone si strappa il vestito e riesce a passare. Sbatte la porta con forza, trova una chiave e gira e chiude e spezza la chiave nella serratura e si taglia il palmo della mano.
La porta rimbomba e sussulta sotto le spinte di Clara e del suo compagno. La voce stridula dall'altra parte urla parole incomprensibili. Michela scivola a terra, piange e si sporca la faccia di sangue passandosi la mano sul viso.
Con un ultimo sussulto la porta resta immobile. Michela si alza, la gamba sempre dolorante. Quell'improvvisa calma la spaventa più delle urla e dei tonfi. Si guarda intorno per la prima volta. È finita su dei gradini. Una lunga e stretta scala che finisce a neanche un metro della porta, si inerpica davanti a lei e conduce chissà dove. Non c'è nient'altro. La scala è stretta, ci passa giusto una persona. Ed è ripida, tanto che non si riesce a vedere cosa c'e in cima. Tornare indietro non è possibile. Clara e il suo mostruoso compagno potrebbero essere in agguato dietro la porta. Michela non può far nient'altro che percorrere gli stretti gradini e salire. Non c'è un corrimano ed è costretta ad appoggiarsi al muro.
Lascia una striscia di sangue che la segue mentre zoppica e sale.

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