30.12.13

Scappa! / cap. XVII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XVII -



"Volevo fare il cantante. Me lo dicevano tutti che avevo una bella voce. Il cantante e l'attore. Mi dicevano tutti che ero bello. Io ci ho creduto. Mia madre mi diceva che dovevo studiare ma non le ho dato retta.
Vedi, per me era una questione di potere. Lì per lì non l'avevo capito. Ero più... semplice... in quegli anni, però avevo capito che potevo ottenere delle cose se mi vestivo bene. Se mi facevo le lampade, se mi acchittavo un po'... era tutto più facile.
Questa storia di solito si racconta per le ragazze. Ed è ovvio, è tutto più facile per loro. Ma quei rapporti di forza, quella specie di selezione naturale vale anche per gli uomini. Magari devi solo starci più attento. E sai la cosa peggiore? Che lo sapevo. Ma mi ritenevo superiore. Sapevo che ero uno squalo in una vasca di pesci rossi e che quindi, anche se mi sistemavo le sopracciglia, mi depilavo, mi tatuavo e mi indebitavo per comprare l'auto di lusso, io comunque non ero come gli altri. Come loro. Poi da fuori ovvio che lo sembravo. Portavo jeans da duecentocinquanta euro. Come dovevo apparire?
Dovevo apparire vincente.
Era tutto lì il trucco.
Comunque sia, sapevo che certa roba non arrivava da sola dal cielo ma che ti devi sporcare le mani. Che credi? Non sono mai stato stupido. Forse un po' ingenuo. Ma non stupido.
A cantare, sapevo cantare. Ballare lasciamo perdere. Non era proprio il mio forte. Dovevo imparare a recitare. Andai a cercare una scuola. Era una roba polverosa e vecchia in un teatro pieno di muffa e tutti portavano gli occhiali. Me ne sono andato ma ho cominciato a raccontare che avevo studiato lì e che conoscevo quel tipo piuttosto che quell'altro.
Mia madre continuava a dirmi di riprendere a studiare. Magari ingegneria. Io ero sempre in giro e riuscivo a rimorchiarmi una tipa diversa praticamente ogni sera. Andavo per locali. Di solito erano donne più grandi e mi pagavano da bere. Di solito erano palestrate e ancora in forma e con le tette finte e scopavamo a casa loro. Se volevo carne giovane offrivo io al bancone. Ma non era poi così tanto più difficile portarsele a letto. Non più delle vecchie. Di solito scopavamo in macchina.
Quindi no, ingegneria no. Non aveva senso. Avevo vent'anni. Il mondo era una merda. Non c'era lavoro. Li avevo visti quelli che studiavano. Un culo così, un sacco di spese e poi l'idraulico rumeno aveva la sportiva cabrio mentre loro faticavano a trovarsi una casa in affitto.
Quindi grazie. Ma no, grazie.
Non avrei fatto quella fine. Sì, lo sapevo, ero partito vincente solo per il mio aspetto. Ma chi se ne fregava. Ce l'avevo, che senso aveva non sfruttarlo? Là fuori era una giungla.
I miei avevano creato qualcosa. A dispetto dei sogni di gloria, a dispetto della umile origine dei miei nonni, erano riusciti a trovare i soldi per comprarsi una casa, crescere una famiglia. Erano andati in pensione. Erano riusciti a morire di tumore ai polmoni come mio padre. Erano normali.
Noi, intendo quelli della mia generazione, non eravamo così. Quelle possibilità non ce l'avevamo. Ma potevamo fare di più. C'erano più occasioni oggi, sempre se eri disposto a metterti in gioco. Le storie che la TV ci raccontava erano di successo e di soldi.
Ma per il successo dovevi comunque saperci fare. Io per esempio avevo dei pregiudizi sulle lampade abbronzanti. Fu una ragazza che frequentavo ad insistere che me le dovevo fare. Quelle e una sfoltita alle sopracciglia.
Mi immaginavo mio padre che mi dava del frocio mentre stavo seduto e mi facevo sistemare. La cosa divertente è che nel giro di una settimana mi ero scopato su quello stesso lettino proprio l'estetista, avevo mollato la ragazza che mi ci aveva portato e mi ero cominciato a vedere con la sua migliore amica. Era una piena di soldi.
È stata una tosta. Mi sono dovuto mettere sotto in palestra. Ma in un paio di mesi anche quella era diventata una tacca sul calcio della mia pistola. Però le devo tanto perché è stata lei che mi ha fatto capire l'importanza del denaro.
I soldi aprono mille porte. E non ce li devi neppure avere per davvero, l'importante è che gli altri ci credano. La prima volta che ho pagato una camicia quasi quanto il mio stipendio mi era sembrata una follia. Un mese dopo avevo capito che quella camicia, in certi ambienti in cui mi aveva introdotto la tipa, era una specie di divisa. Serviva ad affermare che eri come loro. Che eri uno a posto.
Ho visto un sacco di gente che ci si è dannata l'anima per entrare in certi giri. E non era solo per la fica o per i soldi. È che tutti vogliamo sentirci parte di qualcosa. Siamo in competizione feroce, come tigri nella giungla, perché vogliamo strappare il successo ai bastardi che ce l'hanno già. Siamo invidiosi e vogliamo diventare come loro. Io mi consideravo più furbo perché lo sapevo. E perché ero più cattivo di loro.
Che coglione che ero.
Purtroppo, l'ho capito solo quando mi hanno scuoiato via la faccia."

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