27.1.14

Scappa! / cap. XXI

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XXI -



"È con la tua faccia che è riuscito a fregare Clara?"
Il ragazzo resta in silenzio, la testa reclinata, gli occhi senza palpebre che lacrimano inzuppando le bende piene di croste.
"Raoul? Stai bene?"
"Sì, sì... È con la mia faccia che le ha rubato il cuore. Non puoi capire quanto mi dispiace..."
Raoul scoppia a piangere. Lacrime di un dolore antico, di quelli che non smettono mai di farti male.
Michela si avvicina, gli posa una mano sulla testa. Da vicino Raoul puzza di sangue e di infezione e il suo primo istinto è di ritrarsi di scatto. Ma si trattiene. Raoul continua a singhiozzare. Michela invece ha bisogno di risposte.
"Raoul, mi dispiace... Ma io voglio uscire da qua, voglio scappare. C'è la mia macchina qui fuori. Possiamo andare via insieme. Posso portarti da un dottore. Possono sistemarti la faccia."
"Possiamo... Posso... Possono... E lui? Pensi che ti lascerà andare via così?"
Michela ritira la mano di scatto, esasperata.
"Ma io non c'entro nulla con questa storia! Mi si è solo fermata la macchina qua fuori e ho chiesto aiuto... Non sono come voi... Ho solo chiesto aiuto..."
Michela si siede di nuovo e abbassa la gonna che le era salita lungo le cosce. Raoul la osserva bene e poi le posa gli occhi sulle gambe.
"Che stavi facendo prima di incontrarlo?"
"Niente. Cercavo di far ripartire la macchina che si era fermata..."
"Dove stavi andando?"
"A cena con un tipo, ma non vedo come..."
Raoul la interrompe. Non alza gli occhi dalle gambe e Michela non sa se è più a disagio per quello sguardo insistente o per le domande a raffica.
"Il tipo della cena è il tuo ragazzo?"
"No, è solo un conoscente, ma che c'entra..."
"Perché non è il tuo ragazzo?"
"Perché non ce l'ho un ragazzo."
"E perché non ce l'hai?"
"Scusa, ma non vedo proprio perché dovrei raccontarti gli affari miei."
"Vuoi uscire da qua?"
"E che c'entra?"
"Se mi racconti, posso aiutarti."
Raoul lo dice guardandola finalmente negli occhi. È serio, come se dalla storia di Michela potesse dipendere davvero la sua salvezza.
"È una follia..." dice Michela scuotendo la testa. E poi comincia a parlare di corsa, come a sfogarsi.
"Un ragazzo ce l'avevo. Una specie. Si chiamava Carlo. Era più grande di me di un paio d'anni. L'ho conosciuto in palestra. Io ero più cicciona di adesso. Carlo era il mio istruttore. Mi ha messa sotto. Mi ha stravolto la dieta e mi ha costretta ad allenarmi ogni giorno. Dopo sei mesi pesavo dieci chili di meno e avevo messo su il culo di una spogliarellista diciannovenne. Ed eravamo già finiti a letto un paio di volte. La cosa però non si sbloccava.
Lui mi piaceva ma io facevo la dura. Avevo dei pregiudizi su di lui. Ci scopavo e basta. In fondo era un istruttore di palestra e io un'avvocatessa. Che avevamo da dirci?
Questa storia alle mie amiche piaceva un casino. Ero quella che non si legava, quella che aveva due gambe fantastiche, un lavoro fantastico e non doveva passare a riprendere i marmocchi a scuola o si ritrovava con i mariti in cassa integrazione dentro casa.
Ovviamente, le cose non stavano veramente in questo modo. Io mi sentivo sola ogni volta che Carlo non c'era. Cercavo di fare la fica. Mi dicevo che se me l'ero scelto così in realtà era perché mi andava bene. Ero soddisfatta del mio lavoro. Non ero invidiosa degli altri.
Mi raccontavo un sacco di bugie, lo ero eccome! Ero un'invidiosa marcia. Mi facevano stare male i figli delle mie amiche, mi faceva stare male andare a letto da sola senza nessuno da abbracciare, mi faceva stare male il mio lavoro. Cazzo! Ero fortunata ad averne uno e mi lamentavo pure!
Il fatto è che il mio lavoro mi faceva schifo ma non potevo rinunciarci, sarebbe stato folle sputare su uno stipendio così mentre intorno a me la gente faceva fatica ad arrivare a fine mese. E così facevo una cosa terribile.
Stavo ferma.
Ero una vera vigliacca. Non affrontavo mai il problema. Giravo sempre lo sguardo da un'altra parte e stringevo i denti sperando che prima o poi il disagio passasse.
Mi facevo andare bene le scopate con l'istruttore della palestra. Mi facevo andare bene guadagnare di più dei mariti falliti delle mie amiche. Mi facevo andare bene l'essere una privilegiata del cazzo. Ma era solo vigliaccheria perché mi facevo andare bene tutto pur di non affrontare il cambiamento. Stavo male, mi sfogavo per ore correndo in palestra. Mi facevo leccare la fica negli spogliatoi in sveltine sotto la doccia e tornavo a casa da sola.
E l'unica cosa che facevo era piangere. Piangere seduta sul divano. Avrei voluto scappare da tutto e da tutti. Ma ero una vigliacca di merda. Mi andava bene una storia a metà, un lavoro a metà, una vita a metà perché avevo una paura fottuta che scappando mi sarei ritrovata da sola.
C'erano due me. Quella fica, quella con le gambe allenate e il culo scolpito, io che mi indossavo come un vestito tutte le mattine e mi buttavo via usata e sporca la sera.
E poi c'era quella delle notti a lume di candela, seduta sul divano con una tazza di orzo in mano a piangere davanti a un vecchio film.
La cosa era andata peggiorando finché un paio di mesi fa ero proprio arrivata al limite. Non riuscivo a gestire l'emotività e le crisi di pianto incontrollato erano sempre più frequenti. Mi ero costruita una gabbia dorata.
Un giorno mi arriva una telefonata. È del gestore della palestra che mi dice che Carlo si è schiantato con la moto. Stava facendo un giro di telefonate per avvertire gli amici e sapeva che noi due eravamo... Intimi. L'ha detto proprio così, con la pausa. Mi ha detto in che ospedale era ricoverato e a che orari erano permesse le visite. Ha aggiunto che per ora Carlo era tenuto in coma farmacologico e...
Non ha finito la frase. L'ho ringraziato per avermi avvertito e ho attaccato.
Non sono mai andata a trovarlo in ospedale. Non sono mai più tornata in palestra. Non mi sono neanche informata su che cosa fosse successo a Carlo, se stava bene e se si era ripreso.
Non so che cosa pensare. Se è stato il massimo della mia vigliaccheria o forse la cosa più coraggiosa che abbia mai fatto. Di sicuro era una fuga da tutto e da tutti. Una corsa feroce per scappare via da me stessa, per andarmene da una situazione che mi faceva stare male. Ero egoista? Sicuro. E non me ne fregava un cazzo.
Credo di stare ancora scappando, divisa a metà tra la Michela invidiata e quella che piange, tra la possibilità di realizzare qualcosa di bello e la paura di non farcela...
L'uscita di stasera era la prima dopo mesi. La prima volta che provavo a stare sulle mie gambe, in cui provavo a riunire le mie due metà... Che idiota che sono stata...
Tutto questo dolore, tutta questa solitudine, tutto quanto solo perché come una stupida mi ero innamorata di un istruttore di palestra.
E non avevo mai trovato il coraggio di dirglielo."

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