27.1.14

Scappa! / cap. XXI

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XXI -



"È con la tua faccia che è riuscito a fregare Clara?"
Il ragazzo resta in silenzio, la testa reclinata, gli occhi senza palpebre che lacrimano inzuppando le bende piene di croste.
"Raoul? Stai bene?"
"Sì, sì... È con la mia faccia che le ha rubato il cuore. Non puoi capire quanto mi dispiace..."
Raoul scoppia a piangere. Lacrime di un dolore antico, di quelli che non smettono mai di farti male.
Michela si avvicina, gli posa una mano sulla testa. Da vicino Raoul puzza di sangue e di infezione e il suo primo istinto è di ritrarsi di scatto. Ma si trattiene. Raoul continua a singhiozzare. Michela invece ha bisogno di risposte.
"Raoul, mi dispiace... Ma io voglio uscire da qua, voglio scappare. C'è la mia macchina qui fuori. Possiamo andare via insieme. Posso portarti da un dottore. Possono sistemarti la faccia."
"Possiamo... Posso... Possono... E lui? Pensi che ti lascerà andare via così?"
Michela ritira la mano di scatto, esasperata.
"Ma io non c'entro nulla con questa storia! Mi si è solo fermata la macchina qua fuori e ho chiesto aiuto... Non sono come voi... Ho solo chiesto aiuto..."
Michela si siede di nuovo e abbassa la gonna che le era salita lungo le cosce. Raoul la osserva bene e poi le posa gli occhi sulle gambe.
"Che stavi facendo prima di incontrarlo?"
"Niente. Cercavo di far ripartire la macchina che si era fermata..."
"Dove stavi andando?"
"A cena con un tipo, ma non vedo come..."
Raoul la interrompe. Non alza gli occhi dalle gambe e Michela non sa se è più a disagio per quello sguardo insistente o per le domande a raffica.
"Il tipo della cena è il tuo ragazzo?"
"No, è solo un conoscente, ma che c'entra..."
"Perché non è il tuo ragazzo?"
"Perché non ce l'ho un ragazzo."
"E perché non ce l'hai?"
"Scusa, ma non vedo proprio perché dovrei raccontarti gli affari miei."
"Vuoi uscire da qua?"
"E che c'entra?"
"Se mi racconti, posso aiutarti."
Raoul lo dice guardandola finalmente negli occhi. È serio, come se dalla storia di Michela potesse dipendere davvero la sua salvezza.
"È una follia..." dice Michela scuotendo la testa. E poi comincia a parlare di corsa, come a sfogarsi.
"Un ragazzo ce l'avevo. Una specie. Si chiamava Carlo. Era più grande di me di un paio d'anni. L'ho conosciuto in palestra. Io ero più cicciona di adesso. Carlo era il mio istruttore. Mi ha messa sotto. Mi ha stravolto la dieta e mi ha costretta ad allenarmi ogni giorno. Dopo sei mesi pesavo dieci chili di meno e avevo messo su il culo di una spogliarellista diciannovenne. Ed eravamo già finiti a letto un paio di volte. La cosa però non si sbloccava.
Lui mi piaceva ma io facevo la dura. Avevo dei pregiudizi su di lui. Ci scopavo e basta. In fondo era un istruttore di palestra e io un'avvocatessa. Che avevamo da dirci?
Questa storia alle mie amiche piaceva un casino. Ero quella che non si legava, quella che aveva due gambe fantastiche, un lavoro fantastico e non doveva passare a riprendere i marmocchi a scuola o si ritrovava con i mariti in cassa integrazione dentro casa.
Ovviamente, le cose non stavano veramente in questo modo. Io mi sentivo sola ogni volta che Carlo non c'era. Cercavo di fare la fica. Mi dicevo che se me l'ero scelto così in realtà era perché mi andava bene. Ero soddisfatta del mio lavoro. Non ero invidiosa degli altri.
Mi raccontavo un sacco di bugie, lo ero eccome! Ero un'invidiosa marcia. Mi facevano stare male i figli delle mie amiche, mi faceva stare male andare a letto da sola senza nessuno da abbracciare, mi faceva stare male il mio lavoro. Cazzo! Ero fortunata ad averne uno e mi lamentavo pure!
Il fatto è che il mio lavoro mi faceva schifo ma non potevo rinunciarci, sarebbe stato folle sputare su uno stipendio così mentre intorno a me la gente faceva fatica ad arrivare a fine mese. E così facevo una cosa terribile.
Stavo ferma.
Ero una vera vigliacca. Non affrontavo mai il problema. Giravo sempre lo sguardo da un'altra parte e stringevo i denti sperando che prima o poi il disagio passasse.
Mi facevo andare bene le scopate con l'istruttore della palestra. Mi facevo andare bene guadagnare di più dei mariti falliti delle mie amiche. Mi facevo andare bene l'essere una privilegiata del cazzo. Ma era solo vigliaccheria perché mi facevo andare bene tutto pur di non affrontare il cambiamento. Stavo male, mi sfogavo per ore correndo in palestra. Mi facevo leccare la fica negli spogliatoi in sveltine sotto la doccia e tornavo a casa da sola.
E l'unica cosa che facevo era piangere. Piangere seduta sul divano. Avrei voluto scappare da tutto e da tutti. Ma ero una vigliacca di merda. Mi andava bene una storia a metà, un lavoro a metà, una vita a metà perché avevo una paura fottuta che scappando mi sarei ritrovata da sola.
C'erano due me. Quella fica, quella con le gambe allenate e il culo scolpito, io che mi indossavo come un vestito tutte le mattine e mi buttavo via usata e sporca la sera.
E poi c'era quella delle notti a lume di candela, seduta sul divano con una tazza di orzo in mano a piangere davanti a un vecchio film.
La cosa era andata peggiorando finché un paio di mesi fa ero proprio arrivata al limite. Non riuscivo a gestire l'emotività e le crisi di pianto incontrollato erano sempre più frequenti. Mi ero costruita una gabbia dorata.
Un giorno mi arriva una telefonata. È del gestore della palestra che mi dice che Carlo si è schiantato con la moto. Stava facendo un giro di telefonate per avvertire gli amici e sapeva che noi due eravamo... Intimi. L'ha detto proprio così, con la pausa. Mi ha detto in che ospedale era ricoverato e a che orari erano permesse le visite. Ha aggiunto che per ora Carlo era tenuto in coma farmacologico e...
Non ha finito la frase. L'ho ringraziato per avermi avvertito e ho attaccato.
Non sono mai andata a trovarlo in ospedale. Non sono mai più tornata in palestra. Non mi sono neanche informata su che cosa fosse successo a Carlo, se stava bene e se si era ripreso.
Non so che cosa pensare. Se è stato il massimo della mia vigliaccheria o forse la cosa più coraggiosa che abbia mai fatto. Di sicuro era una fuga da tutto e da tutti. Una corsa feroce per scappare via da me stessa, per andarmene da una situazione che mi faceva stare male. Ero egoista? Sicuro. E non me ne fregava un cazzo.
Credo di stare ancora scappando, divisa a metà tra la Michela invidiata e quella che piange, tra la possibilità di realizzare qualcosa di bello e la paura di non farcela...
L'uscita di stasera era la prima dopo mesi. La prima volta che provavo a stare sulle mie gambe, in cui provavo a riunire le mie due metà... Che idiota che sono stata...
Tutto questo dolore, tutta questa solitudine, tutto quanto solo perché come una stupida mi ero innamorata di un istruttore di palestra.
E non avevo mai trovato il coraggio di dirglielo."

23.1.14

Axel Ardan - episodio 13


Oggi in edicola ricomincia la serializzazione di Axel Ardan su Skorpio. 

La pausa si è allungata un po' più del previsto, ma la cosa ci ha permesso di non avere ulteriori interruzioni, quindi fra dodici settimane saprete come andrà a finire.

Approfitto di questo post anche per rispondere a una domanda che ci hanno fatto un sacco di persone: ma il volume si farà? Non si farà? C'avete pensato?

Allora, il volume che raccolga tutti e 24 gli episodi è una cosa a cui Fabrizio ed io teniamo moltissimo e ci stiamo lavorando.

Purtroppo, per quanto ci siano un paio di idee che stiamo discutendo con l'editore, non abbiamo ancora alcuna certezza e qualunque cosa potremmo anticipare in proposito, sarebbe sicuramente sbagliata.

Ovviamente, appena avremo qualche informazione in più, sarà spammata ai quattro angoli del World Wide Web così da tenervi aggiornati.

20.1.14

Scappa! / cap. XX

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XX -



La voce di Raoul esce tartagliante, i denti spezzano le parole e non ci sono labbra ad addolcirle.
"Era un vecchio. Basso, pelato. Frocio. Mai avuto niente contro i froci. Però io sono etero. Ma al vecchio non importava. Aveva un busto di Mussolini e una gigantografia di Hitler che arringava la folla. Quando si è accorto che le stavo guardando ha riso. Aveva un accento strano, come quello di un meridionale che ha vissuto tutta la sua vita al nord. Mi ha detto che lui adorava gli uomini forti. Che li amava. Gli piaceva anche la fica, certo. A chi non piace la fica? Per questo lui non li capiva i froci. Un bel culo di femmina è un bel culo di femmina. E quando te lo fotti, come strilla una femmina non strilla nient'altro. Ma per apprezzare davvero la mascolinità ci vuole un altro uomo. È uno scontro di volontà, diceva. È uno scontro di potenza! Poi mi ha guardato ed è arrossito tutto e ha alzato la voce e ha cominciato a dire che lui li odiava i froci mammoletta, i froci che si travestono. Tutti a cercare di fare le fiche ma le fiche mica ce l'hanno. No, a lui quelli così gli facevano schifo. A lui piacevano gli uomini potenti.
Io non capivo dove voleva andare a parare quel suo discorso. Deve aver visto l'espressione stupita sul mio viso e si è calmato. Mi ha offerto una botta di coca. Ho accettato per educazione.
Poi mi ha fatto vedere la casa. C'erano altri ospiti. Un paio li avevo visti in televisione. C'era una piscina. Una ragazza stava facendo un pompino a un tizio palestrato. Il mio ospite ha ridacchiato, ha preso il secchio dove c'era una bottiglia di champagne e l'ha tirato contro la coppia, ghiaccio e tutto. Credo che abbia preso la ragazza in testa ma ci eravamo già allontanati mentre lui bofonchiava qualcosa sulle cagne in calore. C'era una stanza da bagno. C'erano delle statue in marmo dentro e qualcuno che si faceva la doccia. Il vecchio continuava a parlare, qualcosa sulla potenza e sulla lussuria. Citava sant'Agostino e un tizio francese. De Sate, De Sane, non ricordo. Era un marchese, mi pare, che scopava un sacco. Siamo arrivati davanti a una porta doppia. C'era sopra uno di quei cosi, come una scultura ma piatta. Mi sa che si chiamano bassorilievi.
C'era scolpito un tipo con il sopra da uomo e il sotto con le zampe da capra. Aveva la corna e una coda corta corta. E si stava scopando proprio una capra, un animale.
Il mio tipo mi fa l'occhiolino e apre la porta. Nella stanza è buio e ci metto un po' a capire com'è fatta. A terra c'è della moquette. È rosso scura, tipo sangue. Poi c'è un grosso letto, rotondo, con le tende. Le lenzuola sono di raso nere. Lo so bene perché una delle mie amiche speciali era una fissata. Il vecchio chiude la porta. Io mi giro di scatto. Mi dice di stare tranquillo, che non c'è problema, di non avere paura.
Mi mette una mano sul culo.
Resto immobile, sapevo che questo momento sarebbe arrivato. Respiro piano piano. Il vecchio chiama un certo Andrej. Le coperte si muovono, un ragazzo ci stava dormendo. È grosso. Biondo. Muscolosissimo. E completamente nudo.
Andrej si avvicina docile, il vecchio riprende a parlare di volontà di potenza, di filosofi greci e di checche isteriche. Andrej gli si inginocchia davanti e gli sbottona i pantaloni. Il vecchio comincia ad avere l'affanno, parla di Stalin, di Gengis Khan, di Cesare e del grande Augusto. Andrej gli sta succhiando l'uccello. Il ragazzo mi guarda e, senza interrompere quello che sta facendo, mi prende per mano e mi tira giù. Il vecchio non mi presta più attenzione. Lì, in piedi, è tutto rosso in viso e parla di rivoluzioni, di potere e di come i preti abbiano castrato la vera potenza mascolina. Ma poi sussurra che stanno sempre e solo tra loro, conventi su conventi di monaci tutti uomini. 'Sti maledetti preti, tutti froci in nome di Dio.
Mi inginocchio, Andrej mi guarda senza staccare mai la bocca dall'uccello del vecchio. Mi prende dietro la nuca e mi tira a sé. Deglutisco, chiudo gli occhi e apro la bocca.
È la cosa più umiliante che abbia mai fatto ma so che tutto dipende da quello. La mano di Andrej dietro la nuca mi detta il ritmo. Io cerco di pensare a quanti soldi riuscirò a fare. Magari ci riesco a comprare una Mercedes. O una Jaguar coupé. Sì, una Jaguar. La presa di Andrej sui miei capelli si fa più forte. Capisco troppo tardi che cosa sta succedendo. Andrej non mi permette di allontanare la testa e sono costretto a bere o soffocare."
Raoul smette di parlare. Il silenzio è pesante. Il ragazzo non ce la fa a continuare. E Michela si sorprende a confessarsi a sua volta,
"La prima volta ha fatto schifo anche a me" dice.
"Lui mi piaceva da morire ma quel gesto... È come se mi avesse violentata. Ho sputato tutto su un fazzoletto. Lui ha riso e mi ha sputato a sua volta in faccia. Ero stupida e ingenua e non ho capito cosa era successo quel pomeriggio se non molti anni dopo. E da allora ho deciso che non mi sarei fatta più trattare così. Ho fatto pace col sesso. Adesso mi piace molto, anche fare quello se mi capita il partner giusto. Ma nessuno mi ha più sputato addosso..."
"Sei stata brava. Io invece non mi ricordo molto bene cosa è successo dopo, ricordo che ho notato che non eravamo soli nella stanza. C'era un altra figura, ma ricordo che si vedeva chiaramente solo il torso nudo. Era come se il viso e le gambe fossero avvolte dal fumo. Ricordo che il vecchio mi fece vaghe promesse per un ruolo in un film. Ricordo che dovevo trattenere i conati di vomito. E ricordo che uscito dalla villa sono sceso dalla macchina, mi sono infilato in un vicolo e ho vomitato e vomitato. E mi sono reso conto di quanto la mia vita mi facesse schifo. Di quanto mi vergognassi di me stesso. Di come volessi lavarmi via la pelle.
Di come avrei voluto strapparmi la faccia.
Solo allora ho visto quel corpo monco nascosto nelle ombre del vicolo. Solo quel torso, come nelle statue antiche a cui mancano i pezzi. Mi è saltato addosso e quando mi sono risvegliato...
Bè, la mia faccia non c'era più ed ero chiuso qua dentro, con un mostro che era senza gambe e che aveva un buco al posto del cuore.
E che sorrideva con il mio viso."

13.1.14

Scappa! / cap. XIX

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XIX -



Michela siede sul materasso, le mani appoggiate in grembo. Di tanto in tanto annuisce ma non ascolta più il ragazzo. Guarda la porta. Quanto ci metterebbe a raggiungerla con uno scatto?
Una decina di passi, forse meno. Se solo avessi qualcosa con cui colpirlo...
Si immagina la scena. Lei che scatta, Raoul che cerca di fermarla, lei che lo colpisce in pieno volto. Raoul che si rotola a terra, le mani sul viso mentre lei raggiunge la porta e la apre e...
"Stai bene?" le chiede il ragazzo.
Michela sussulta.
Tranquilla, stai tranquilla...
"Mi dispiace per prima, per la corda e tutto il resto... Comunque, se vuoi, puoi andare. Non sei mia prigioniera."
Michela osserva il suo ospite. Gli occhi sono gialli e venati dai capillari rotti e, senza le palpebre, lacrimano in continuazione. Ma sembrano sinceri.
Michela si alza di scatto. Passa a fianco al ragazzo che la guarda sorpreso. Afferra la maniglia e la tira a sé con tanta forza quasi da strapparla. La porta si apre e sbatte contro il muro. Michela resta sulla soglia e si gira.
"Non... Non era chiusa..." dice col fiatone.
Raoul, che la guarda a bocca aperta: "Te l'avevo detto, no?" poi, come se improvvisamente realizzasse "oddio, ti avevo legato solo per non farti scappare! E ti avevo afferrato nel corridoio per salvarti da lui! Credimi! Ti sarai spaventata a morte! Mi dispiace! Non volevo, davvero, non volevo..." si porta la mano alla bocca, in un gesto tanto assurdo quanto educato.
Michela getta un'occhiata alle sue spalle, c'è un corridoio con tante porte ai lati, come il primo che ha incontrato. Niente strisce rosse alle pareti.
Potrebbe portarmi fuori da qui...
Sta per andarsene quando si rende conto che non può farcela. Non da sola.
Cos'altro c'è là fuori che mi aspetta?
Richiude la porta e stremata si siede a terra, poggia la schiena contro il legno scuro dell'anta e guarda Raoul.
"Te lo sai come si esce da qua?"
"No... o meglio, forse sì... ma non ci ho mai provato. Dove potrei andare conciato così?"
"E che mi dici della pazza della stanza nera?"
"Vuoi dire Clara?"
"Sì, lei."
"Clara non è cattiva. È solo che lui le ha preso una parte importante e non riesce a farsene una ragione. Credo che sia ancora innamorata di lui, sai?"
"E la figura senza torso, quella specie di fantasma?"
"Lui è stato il primo, nessuno sa la sua storia. Fa paura, eh?"
"Il primo di cosa?"
"Il primo di noi."
Michela si guarda intorno, come se tutte le altre vittime del padrone di casa dovessero improvvisamente manifestarsi.
"Ma quanti siete?" chiede sorpresa.
"Non lo so, sinceramente..." dice Raoul "Clara, il senza busto e io siamo quelli che sono rimasti più vicini alla sua tana. Ma ci sono stati molti altri, soprattutto quelli a cui ha rubato qualcosa dalla testa. Ecco, quelli si sono allontanati. Si sono persi nella casa in profondità. Alcuni di loro si sono uccisi. A volte ne trovo il cadavere, sai? Perso in una delle stanze, o magari che ancora penzola da una corda attaccata al soffitto. Allora lo prendo e gli do sepoltura..."
"Dove?" lo interrompe Michela.
"C'è una scala che sembra proseguire per sempre. Li prendo e li butto di sotto..."
"Quella scala porta fuori di qui?"
"Non penso... non ho mai neanche sentito il tonfo. È come se continuassero a cadere all'infinito."
Michela ci pensa un attimo e poi chiede: "Che cosa fa esattamente lui?"
"In che senso?"
"Bè, mi stavi raccontando la tua storia... che cosa ti ha fatto esattamente? È la stessa cosa che ha fatto a Clara? O a quelli a cui ha rubato qualcosa dalla testa?"
"No, è che lui è come invidioso. Ti cerca, ti segue e ti capisce. Ti sfrutta, o magari ti rimorchia. Insomma, riesce sempre a trovare il tuo punto debole, che sia un ricatto o una carezza, riesce sempre alla fine a rubare una parte di te."
"Ma io che c'entro? L'ho incrociato per sbaglio, ero seduta in macchina a pensare ai fatti miei e..."
"Lui non sbaglia mai. Se ti ha trovata, è perché sa che può fregarti."
Michela resta in silenzio. Sta per piangere ma non vuole farlo davanti a Raoul. Non sa perché è capitata in quell'incubo, non sa perché è toccato a lei. Non sa come fuggirne. Non sa niente. Si siede a terra, si chiude su se stessa e abbraccia le gambe. Resta così, Raoul rispetta il suo silenzio.
Poi con la voce spezzata dalla frustrazione, Michela dice: "Mi finisci di raccontare la tua storia, per favore?"

6.1.14

Scappa! / cap. XVIII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XVIII -



Raoul racconta la sua storia. Dice che gli hanno rubato il viso. Dice che gli hanno strappato via la faccia. Per questo è sempre bendato.
A Michela non importa nulla. È riuscita a farsi liberare e adesso si guarda intorno. La voce del ragazzo è una cantilena di sottofondo. Michela fa finta di ascoltare. Non osa muoversi. Ha paura di richiamare l'attenzione di Raoul prima di aver capito come scappare. Per ora, il suo ex-carceriere resta seduto poco lontano da lei, lo sguardo perso nel vuoto, la voce che esce rasposa e tritata da quei denti senza labbra.
Raoul racconta che all'inizio erano solo piccoli lavoretti in discoteca. Si doveva far vedere per il locale e, se era necessario, servire al bancone. E gli avevano specificato che doveva sempre provarci con le clienti in qualche modo. Ci sapeva fare con le donne ma i suoi cocktail facevano davvero schifo... Insomma, funzionava poco come barman. Ma poi gli avevano spiegato che se continuava così non avrebbe ottenuto nulla. Fu una delle vecchie che si stava portando a letto a dirglielo. E gli disse pure che lei poteva indirizzarlo nei giri giusti. Era solo un problema di attenzione. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, gli aveva detto. Quindi gli serviva un riflettore. E un cuore da far battere forte. Ci avrebbe pensato lei, gli aveva detto con un sorriso da squalo.
Intanto, Raoul aveva scoperto che un servizio particolarmente gradito dalle sue amiche speciali era quello di arrivare già carico. Cocaina, per la maggior parte di loro.
Così Raoul aveva chiamato un conoscente del liceo e aveva trovato un accordo. Con la cresta che riusciva a fare sul prezzo della roba guadagnava bene. Benissimo.
Sua madre gli chiedeva da dove arrivassero tutti quei soldi ma lui se ne stava zitto e sorrideva.
Raoul fa una pausa, ansima, come se ormai non fosse più abituato a parlare così a lungo e gli facesse fatica.
Michela sta zitta e buona e si guarda intorno. La stanza non è molto grande, il letto a cui era legata ne occupa un angolo. Di fronte a lei c'è un salotto, o quel che ne resta. C'è un tappeto, un divano a tre posti e un basso tavolino. Raoul si è seduto a terra, tra il divano e il tavolino. Dietro di lui c'è una porta. Michela non sa se dà sul corridoio dove è stata catturata o se è una possibile via di fuga. Dovrebbe comunque superare prima il ragazzo, che riprende in quel momento a parlare e accarezza con le mani il tappeto.
Improvvisamente, Michela realizza e un brivido di ribrezzo le si arrampica sulla schiena. Vorrebbe alzarsi di scatto dal materasso su cui è seduta. Spera che Raoul non abbia malattie contagiose... Perché il ragazzo si gratta la faccia bendata ma il sangue è fresco e si sporca le mani. E con le mani imbratta il tappeto che sta accarezzando. E il divano. E il tavolino poco distante. E tutte le pareti e il materasso su cui è seduta Michela sono chiazzati di sangue rappreso.
La ragazza si trattiene dal saltare in piedi e scattare verso la porta. Ingoia e annuisce. Raoul si accorge che c'è qualcosa che non va e interrompe il suo racconto.
La guarda. Michela sorride a disagio e lo esorta a continuare. Raoul si gratta una crosta sul mento e poi riprende.
Il ragazzo le racconta che aveva cominciato a guadagnare bene con la coca. E anche di più quando, oltre alla cresta, alcune delle sue amiche speciali avevano iniziato a rifilargli una mancia. Era prostituzione? Forse. Ma non gli importava in quei giorni. Gli importava solo che finalmente la sua amica speciale gli aveva detto che poteva organizzare un incontro con un agente. Uno di quelli grossi e che stava dietro al successo di un sacco di VIP. Alcuni dei suoi pupilli erano passati per dei reality, altri per piccole parti in qualche film. Quasi tutti avevano recitato in fiction famose. Averlo come amico poteva essere la svolta definitiva.
Una sera la vecchia gli aveva dato appuntamento in un hotel del centro. C'erano novità, o almeno così aveva detto. Se l'era dovuta scopare. E stavolta la doppia striscia bianca che si era sparata l'aveva offerta lui. Erano distesi a letto quando lei l'aveva guardato e gli aveva messo una mano sulle palle, gliele aveva strette con forza e aveva sottolineato che il suo nuovo amico era molto contento di conoscerlo. Le aveva detto che aveva proprio un paio di idee su di lui. Raoul aveva sorriso, anche se le unghie della donna gli stavano ferendo l'inguine. La vecchia aveva sorriso a sua volta. Ma più cattiva.
Certo, c'era una piccola cosa che era meglio che il suo ragazzone capisse subito. Raoul si era mosso, a disagio. La donna non aveva mollato la presa. Per entrare in certi giri non bastava quel bel faccino, bisognava saper usare la testa... e non solo. Aveva stretto ancora. Raoul aveva mugolato.
Bisognava esser furbi e farsi nuovi amici... Nuovi amici molto, molto speciali.